TROPPI RISCHI, POCHI INTERVENTI
5 Febbraio 2010

Se non siamo all’anno zero, poco ci manca. Il tema continua a restare argomento tabù, ed ora che i riflettori sull’alluvione del Messinese (e sui 35 morti) si sono spenti, nel resto dell’Isola non si parla più di rischi, di prevenzione, di emergenze, di pianificazione. Atavico fatalismo tutto siciliano? Certo, ma anche gravi responsabilità politiche. E sì, perché, nessuno può dire: non sapevo. In quest’ ultimo decennio gli studi e i censimenti in materia di Protezione civile non sono mancati in Italia.
E tutti confermano come, ancora una volta, sia il Sud a detenere il triste primato della maggiore esposizione al rischio, mentre la Sicilia resta tra le regioni con la sofferenza più alta: qui il pericolo è sismico, ma anche vulcanico, idrogeologico, di incendi boschivi, di impianti industriali. Migliaia di scuole siciliane risultano sottoposte a “elevato rischio sismico”: ben 866 nella sola provincia di Catania, 794 in quella di Palermo. Ma assieme agli edifici scolastici, altri immobili pubblici strategici restano esposti a terremoto distruttivo: municipi, caserme, e persino nosocomi come le cinque strutture ospedaliere nel Capoluogo etneo, classificate tra le più esposte alle sollecitazioni sismiche. Ed è solo un esempio.
L’ultimo studio è quello svolto dal Cresme, per conto di Dexia Crediop; ma già nel 2000 il sottosegretario Barberi curò, con altre istituzioni, la pubblicazione di un censimento dettagliato sulla mappatura degli edifici a rischio terremoto. E, tuttavia, nulla di concreto è stato fatto finora.
Non meno esteso è il rischio idrogeologico che incombe su parecchi Comuni della Sicilia, dove peraltro con notevole ritardo, è stata varata dalla Regione una prima pianificazione. Ventisette città, nell’Isola, rischiano di franare in caso di pioggia abbondante e altre decine potrebbero subire seri danni per la loro infelice posizione. Ma anche su questo fronte non si è mossa foglia.
E come se ciò non bastasse, dall’Enea giunge sempre più insistente l’allarme di un costante processo di degrado dell’ambiente isolano, che espone più del venti per cento del territorio a rischio “desertificazione”.
Le responsabilità sono antiche e recenti. Dal dopoguerra in poi, infatti, è mancata in Sicilia una corretta e responsabile lettura del territorio. In assenza (spesso voluta) di Piano regolatore generale, molti Comuni hanno lasciato spazio ad attività edificatoria improntata ad uno spregiudicato abusivismo: cemento a mattoni su terreni a rischio idrogeologico o sismico, alvei di torrenti trasformati in strade asfaltate, costoni rocciosi sventrati, spiagge violentate, incontaminati paesaggi deturpati dalla violenza dell’uomo, spesso con la complicità omissiva o commissiva di chi aveva il compito di vigilare, di impedire l’illecito e non lo ha fatto.
il possibile danno? Quanti i Comuni che si sono dotati di un vero Piano di protezione civile? Quante le Province che hanno approvato il Programma di previsione e di prevenzione, aggiornandolo di anno in anno? E quanta informazione viene periodicamente data alle popolazioni sui molteplici rischi con i quali convivono e sulle norme comportamentali da assumere in caso di emergenza? Sulla positività delle risposte è meglio non farsi illusioni.
Vero è che negli ultimi anni in Sicilia è cresciuto l’interesse del mondo scientifico e accademico verso il rischio sismico e vulcanico, ma è anche vero che sul piano operativo le risposte sono state poche, isolate, scoordinate, lente.
Il Dipartimento regionale di Protezione civile opera sotto la spinta di passioni ed entusiasmi dei propri uomini, ma le risorse finanziarie disponibili restano largamente insufficienti. E così, centinaia di progetti, per interventi medio-grandi sul territorio, rimangono inevasi.
Anche il quadro organizzativo della Protezione civile attende di essere messo in ordine. C’è troppa confusione tra soggetti pubblici e privati, spesso a scapito della qualità dell’intervento nella gestione dell’emergenza. Il mondo del volontariato – prezioso strumento di ausilio e spesso testimonianza di limpida e sincera solidarietà – attende di essere formato, qualificato e aggiornato, mentre non di rado è costretto a subire le lusinghe e gli ammiccamenti di politici imbonitori, per meschini fini clientelari.
Quali allora i rimedi? Innanzitutto, serve una diversa e maggiore valutazione politica: la Protezione civile non può essere più considerata una delega “secondaria”, marginale, ma alla stregua delle principali attività di governo.
Serve, quindi, un quadro normativo chiaro e semplificato; una rigorosa suddivisione di compiti e responsabilità tra i diversi livelli istituzionali; una capillare campagna di sensibilizzazione sulla cultura della prevenzione, a cominciare dalle scuole elementari, fatta senza omissioni e reticenze: per noi siciliani, convivere col rischio non è una scelta, ma una ineludibile necessità.
E porre fine alla triste prassi degli interventi a pioggia sul territorio: sarà la mappatura delle emergenze a dettare le priorità, con una disponibilità finanziaria adeguata, attingendo anche ai fondi europei non sempre utilizzati. È difficile non capire che la situazione in Sicilia è grave e, per certi versi, drammatica?
Serve subito una netta inversione di tendenza, che la classe politica dirigente deve sapersi intestare. Per l’uomo – si sa – il diritto alla sicurezza è psicologico prima che costituzionale.








