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  • IL RISPETTO DELLA CULTURA PLURALISTA GARANTENDO I DIRITTI INDIVIDUALI UNIVERSALI

    2 Marzo 2010
    di Nello Musumeci

    Intervento pronunciato ad Enna il 23 febbraio 2007 in occasione del convegno su “I Diritti delle donne nell’area mediterranea” organizzato dalla università Kore.

    Il Mediterraneo ha recuperato una nuova centralità geopolitica legata alla crisi del Medioriente, all’islamismo fondamentalista, al tracollo dell’Africa, alle grandi migrazioni, alle nuove dimensioni del problema energetico. Ed appare chiaro che questa turbinosa temperie storica porti alla ribalta, prepotentemente, le ragioni che oltre dieci anni fa suggerirono la Conferenza di Barcellona, dando l’avvio ad un Partenariato euro-mediterraneo

    . L’assemblea parlamentare euromediterranea – della quale mi onoro di far parte in rappresentanza del Parlamento Europeo – ha chiara la convinzione che sarebbe un errore comprendere le ragioni della sofferenza dei Paesi mediterranei con la sola analisi economica e con l’esercizio di relazioni regolatrici di flussi e dispensatrici di maggiori controlli e di diffusa sicurezza. Ogni dialogo, ogni cooperazione, ogni processo di integrazione non può prescindere dal prioritario rispetto per i diritti umani e civili dei cittadini, europei ed extracomunitari. In questo contesto, proprio cinque anni fa, nel febbraio del 2002, è stata adottata dal Parlamento europeo la risoluzione sui «diritti delle donne e pari opportunità nei paesi mediterranei». Una tappa fondamentale, con la quale per la prima volta il Parlamento europeo ha evidenziato le numerose problematiche che attengono ai diritti delle donne in un’area specifica, quella del Mediterraneo, caratterizzata da molteplici e millenarie culture, ma anche da infinite contraddizioni. Vi è una tendenza dei governi del Medioriente e del Nord Africa a considerare i diritti delle donne come una questione di politica interna e non come un problema della comunità internazionale. In realtà – seppur con le dovute differenze che distinguono i Paesi delle due sponde del Mediterraneo – problemi simili d’ineguaglianza fra l’uomo e la donna come, ad esempio, le disparità delle retribuzioni salariali e le violenze domestiche si riscontrano, purtroppo, anche in Europa. A maggior ragione con la crescita della immigrazione che trasferisce nel «Vecchio Continente» questioni peculiari del Magreb e del Medio oriente, oltre che dell’Africa centrale.

    Il dramma delle mutilazioni genitali femminili è solo uno fra i tanti casi e rappresenta per l’Europa uno scoglio contro il quale qualsiasi tipo di compromesso o di comprensione s’infrange inesorabilmente. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (approvata a Nizza il 7 dicembre 2000) stabilisce all’articolo 3 che «ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica». Non vi può essere quindi – nemmeno in base ad un generico principio di rispetto della cultura altrui, spesso utilizzato per meri interessi di parte – alcun cedimento in materia: è un dovere sacrosanto tutelare la dignità umana che si manifesta, tra l’altro, proprio con il diritto alla integrità fisica. Diritto ribadito dal Parlamento europeo nel 2001 nella sua risoluzione sulle «mutilazioni genitali femminili», secondo la quale ‹‹le motivazioni date da numerose comunità per mantenere pratiche dannose per la salute delle donne e delle bambine non hanno basi scientifiche e neppure origini e giustificazioni religiose›› e sono, dunque, da condannare fermamente in quanto violazione dei diritti umani fondamentali. Quali sono le principali problematiche? Il tempo a disposizione non mi permette di analizzarle tutte e nei dettagli. Mi dovrò, dunque, limitare ad accennarne solo alcune. Innanzitutto l’analfabetismo che, in taluni Paesi della sponda meridionale del bacino euromediterraneo, colpisce soprattutto le donne. Questo preoccupante fenomeno, diffuso specialmente nelle zone rurali, è dovuto all’emarginazione scolastica delle bambine e agli alti tassi di abbandono dell’istruzione secondaria e superiore. L’abbandono è legato a ragioni economiche: e in tal caso la giovane donna lavora non per soddisfare un proprio interesse, ma per pure esigenze di sussistenza della propria famiglia; oppure per obbedire all’obbligo del matrimonio. La ragazza è sottratta alla scuola, suo malgrado, per essere data precocemente in matrimonio spesso contro la sua volontà. Non solo, ma una volta sposata, viene sottoposta al controllo e al giudizio del marito che stabilisce se può proseguire (ma questa ipotesi si avvera raramente) o meno gli studi, se può lavorare o meno. Questo è un altro esempio nel quale si riscontrano delle notevoli differenze di culture e di legislazioni fra le due sponde del Mediterraneo: al nord, i codici civili dei vari Stati europei e la Carta dei diritti fondamentali (articoli 14 e 15) sanciscono il «diritto all’istruzione » e il «diritto di lavorare», scegliendo liberamente una professione; al sud, purtroppo, non sempre vengono rispettati gli stessi principi. Vero è che in alcune costituzioni (del sud) sono stabiliti pari diritti (anche all’istruzione) fra l’uomo e la donna; ma un conto è l’enunciazione di nobili principî, altra questione – sollevata con preoccupazione dalle locali associazioni femminili – è l’effettiva applicazione dei principi medesimi e delle leggi di attuazione.

    Si tratta di un punto cruciale: l’educazione delle donne è un elemento essenziale per raggiungere realmente le pari opportunità e per integrarle pienamente nella società. Peraltro, secondo un recente studio della Banca mondiale, un più agevole accesso delle giovani donne alle scuole medie e superiori fa aumentare il Prodotto interno lordo per abitante e contribuisce alla crescita del Paese. Per renderci conto delle disparità esistenti fra un Paese e l’altro vi cito due dati relativi al tasso di analfabetismo e di scolarizzazione forniti dalla «Commissione ad hoc per i diritti delle donne» dell’Assemblea parlamentare euromediterranea, a seguito della riunione del 26 giugno scorso. In Marocco, l’analfabetismo colpisce il 62% delle donne (contro il 34% degli uomini). In Tunisia, invece, l’analfabetismo riguarda il 31% delle donne, contro il 14,8% degli uomini (per farci un’idea e un confronto, diciamo solo che in Italia il tasso di analfabetismo femminile è bassissimo, appena l’1,80%). Tuttavia, bisogna pur prendere atto che l’importanza della scolarità femminile è sempre più sentita nei paesi del sud del Mediterraneo; il numero delle donne che accede agli studi superiori cresce costantemente e in molte facoltà universitarie di determinati Paesi come la Tunisia supera quello degli uomini. Un’altra questione di rilievo, strettamente legata alla precedente, riguarda l’inserimento della donna nel mercato del lavoro che risulta in crescita ma permane sensibilmente inferiore a quello maschile. Le donne sono discriminate: sono quasi sempre relegate nelle professioni tradizionali e nei bassi gradi della gerarchia. Inoltre, la disoccupazione nelle zone urbane e nelle professioni di livello universitario colpisce soprattutto le donne e, in particolare, quelle in età giovanile. Nelle zone rurali, considerando beninteso le opportune differenze esistenti fra i vari Paesi e all’interno degli stessi, si può dire che la povertà e l’emarginazione colpiscono soprattutto le appartenenti al sesso femminile. Alcuni dati relativi al tasso di partecipazione delle donne nella vita attiva: in Tunisia appena 26,6%, contro il Portogallo col 47,4%, la Germania col 59,6%, la Grecia col 38,4% e l’Italia col 39%. In linea generale si può dire che, ai fini di una più grande partecipazione delle donne alla vita economica (ma anche a quella politica e sociale), bisogna tener conto di tre regole: 1) riconoscere i diritti delle donne a tutti gli effetti come parte dei diritti dell’Uomo; 2) il progresso economico e sociale non potrà essere raggiunto fino a quando la metà della popolazione femminile rimarrà esclusa dalla vita attiva; 3) l’idea della non discriminazione delle donne deve essere presa in considerazione in tutti i campi della vita politica, economica e sociale. Inoltre, il divieto della discriminazione deve non solo essere sancito negli ordinamenti giuridici, ma deve essere applicato concretamente.

    Riguardo la presenza delle donne in politica, non ci si può che rallegrare della garanzia di eguali diritti per ambo i sessi prevista nelle costituzioni dei Paesi del Medio oriente e del Nord Africa. Tuttavia, il tasso di partecipazione delle donne nella politica «attiva» è fra i più bassi al mondo. Permangono la separazione tradizionale dei ruoli fra i due sessi e le difficoltà riscontrate dalle donne nell’accedere alle alte cariche pubbliche, giustificate da argomenti di carattere culturale e religioso. Ciononostante, nel periodo 2000-2005 assistiamo a degli sviluppi incoraggianti in Tunisia, Marocco e Giordania: la percentuale delle donne presenti nei rispettivi parlamenti nazionali e regionali passa da una media del 4% all’8%, essenzialmente grazie a delle nomine e all’introduzione di quote. La Comissione «Donne» dell’Assemblea euromediterranea, pur esprimendo una cauta soddisfazione, auspica un ulteriore rafforzamento delle politiche nazionali in tale settore, anche con la collaborazione degli Stati dell’Unione europea, sia nell’ambito del Partenariato euromediterraneo che della «Politica europea di vicinato». Consentitemi, ancora, nella mia qualità di componente della delegazione parlamentare mista Ue –Turchia del Parlamento europeo, di richiamare alcune considerazioni relative proprio all’unico Paese musulmano candidato all’adesione all’Unione europea. Il 13 febbraio 2007 l’assemblea di Strasburgo ha adottato, per la quarta volta nell’ultimo anno e mezzo, una risoluzione sui progressi compiuti dalla Turchia nel suo cammino verso l’adesione all’Unione europea e sul «ruolo della donna nella vita sociale, economica e politica» in quel Paese. Ne emerge uno Stato in perenne bilico fra la modernità e l’aspirazione a far parte del circolo ristretto delle democrazie occidentali e l’attaccamento a tradizioni e valori spesso in stridente contrasto con quelli europei. Se da un lato ci si compiace della assenza (si spera definitiva) di casi di torture e di uso eccessivo delle forze di polizia nel corso di manifestazioni (a tale proposito rimangono ancora vive nella nostra memoria le immagini della violenta repressione dell’8 marzo 2005 – giorno internazionale della donna! – da parte della polizia turca nei confronti di una manifestazione pubblica non autorizzata ma pacifica di donne a Istanbul) – dall’altro lato molte questioni sono ancora irrisolte e di inquietante attualità. E temo che i tempi per porvi rimedio siano assai lunghi, molto più lunghi di ogni ottimistica previsione. Innanzitutto, bisogna rilevare che il livello di partecipazione politica femminile in Turchia è eccessivamente scarso. È vero che da due anni a questa parte non sono state ancora indette nuove elezioni – e chissà che con le prossime la rappresentanza femminile nei parlamenti nazionali e regionali così come nelle amministrazioni locali possa migliorare anche a seguito delle raccomandazioni e delle pressioni del Parlamento europeo, dell’Assemblea euromediterranea, della Commissione europea e, beninteso, delle varie associazioni e organizzazioni non governative femminili turche. Ma le risposte date dall’attuale governo di Ankàra alle numerose richieste di maggiori «pari opportunità» non sono state all’altezza delle aspettative. Basti pensare che il Parlamento turco non ha avuto la volontà politica di istituire una Commissione permanente sui diritti della donna, come avviene ormai in tutte le democrazie moderne! D’altra parte – e ciò non fa che confermare la lotta intestina fra le due anime della società turca – solo pochi anni fa una donna, Tansu Ciller, è stata primo ministro: una delle poche donne nel mondo musulmano a ricoprire cariche governative di rilievo. E nel maggio scorso un’altra donna, Sumru Cortoglu, è stata eletta presidente del Consiglio di Stato turco, la più alta carica giuridico-amministrativa del Paese. Ma oggi una sola donna ricopre il ruolo di ministro e l’attuale Parlamento conta solo 20 donne su 550 componenti! Quale la soluzione? Il Parlamento europeo suggerisce di adottare un sistema di quote obbligatorie, solo a breve termine, al fine di rafforzare la partecipazione femminile nella vita politica turca. Ma ci si chiede se tale sistema possa funzionare, considerato che si rivela spesso inefficace da noi in Europa. Stando alle stime dell’Unicef, ogni anno tra le 600 e le 800mila ragazze turche che hanno raggiunto l’età della scuola dell’obbligo non riescono a frequentare le lezioni o perché ostacolate dalle loro famiglie o per difficoltà logistiche. E anche, in Turchia, nella parte più povera, molte adolescenti sono sottratte alla frequentazione delle scuole superiori perché forzate dalle loro famiglie a sposarsi. Vi è, dunque, un problema serio di cultura, influenzata anche da credenze religiose retrograde, che in alcuni casi estremi può indurre l’uomo a prendere decisioni pazzesche. Mi riferisco al caso eclatante di pochi anni fa, quando una bambina di 5 anni morì annegata nel mare a pochi metri dalla riva, non solo perché non sapeva nuotare ma soprattutto perché gli uomini presenti in spiaggia non poterono accorrere per salvarla in quanto bambina, cioè di sesso femminile, e quindi intoccabile con i suoi indumenti bagnati, quindi aderenti al suo corpicino…!. È pazzesco ma è la verità. Per fortuna si tratta di casi isolati. E si spera restino tali! Come di recente ha correttamente e coraggiosamente detto la figlia del fondatore della Turchia moderna, Mustafà Ataturk, ‹‹in questo momento ci sono due Turchie. Molte persone credono che tutto sia come Istanbul. Ma non è vero. Bisogna intervenire sull’est del Paese dove c’è ancora tanto analfabetismo, dove i bambini non vanno a scuola e vengono avviati al lavoro nero, dove le donne spesso non sono libere. Adesso ci sono pochi ricchi e milioni di poveri››.

    Le distanze, dunque, fra alcuni Paesi del Mediterraneo e l’Unione europea sono ancora abissali. Questo è lo scenario internazionale, complesso e difficile, che soprattutto noi Europei del Sud siamo chiamati ad affrontare. In una quotidianità segnata da incertezze, sfiducia, malessere, che fanno sentire un lontano ricordo lo spirito unitario e propulsivo della Conferenza di Barcellona. Ma a noi serve maggiore consapevolezza. Il 2010 è già domani e la zona di libero scambio ci vedrà al centro del più grande mercato del mondo. Sarebbe una grave sconfitta per noi ritrovarci coprotagonisti di una esperienza di crescita in un contesto nel quale l’affermazione dei diritti civili e la parità tra uomo e donna dovessero restare solo un problema marginale. «La parità dei diritti è una forza trainante per lo sviluppo di ogni essere umano», ha affermato Benita Ferrero, commissario europeo per le Relazioni esterne, mentre la «Raccomandazione della Commissione al Parlamento europeo» del 2003 ci ricorda che «l’Unione europea deve assicurare l’inclusione sistematica delle questioni relative ai diritti umani e alla democratizzazione in tutti i dialoghi bilaterali con i Paesi partner mediterranei». Certo, sono solo enunciazioni di principio e buoni propositi. Affinché diventino regole servono la coscienza e la maturità degli uomini di oggi, impegnati a consegnare ai nostri figli una società migliore e più giusta.

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