Affitti casa, perdi la pensione e devi restituire quella già presa: ecco perché può succedere

Prima di affittare una casa di tua proprietà c’è una cosa importante da sapere: rischi di perdere la pensione e di dover restituire tutto quello percepito fino ad ora.

Può sembrare una scelta innocua. Anzi, spesso viene vista come una soluzione intelligente per integrare le proprie entrate: mettere a reddito un piccolo immobile, affittare un monolocale inutilizzato, concedere in locazione un terreno. Un gesto normale, legittimo, frutto di sacrifici e investimenti di una vita.

due persone che si scambiano chiavi di casa
Affitti casa, perdi la pensione e devi restituire quella già presa: ecco perché può succedere Nellomusumeci.it

Eppure, in alcuni casi, quella decisione può trasformarsi in un effetto domino difficile da prevedere. Prima arriva una comunicazione inattesa. Poi un accredito che non compare più sul conto corrente. Infine, la richiesta di restituire somme già percepite. È quello che è accaduto a una nostra lettrice. Nel 2024 aveva affittato un monolocale di sua proprietà con un contratto di due anni, da maggio 2024 a maggio 2026. Canone concordato: 300 euro al mese. L’inquilino, per comodità, aveva versato 7.500 euro in un’unica soluzione al momento della stipula e registrazione del contratto. Sembrava tutto regolare. Fino a gennaio, quando l’accredito mensile che attendeva non è arrivato.

Affitti casa e rischi di perdere la pensione: cosa sta succedendo davvero

Il nodo della questione riguarda l’INPS e una prestazione spesso fraintesa: l’Assegno Sociale. Molti non sanno che alcune misure erogate dall’INPS – sia assistenziali che previdenziali – sono strettamente legate al reddito personale o familiare. Questo significa che ogni variazione può incidere sul diritto a riceverle o sull’importo spettante.

lente d'ingrandimento su modellino di casa
Affitti casa e rischi di perdere la pensione: cosa sta succedendo davvero Nellomusumeci.it

L’Assegno Sociale, in particolare, viene riconosciuto solo a chi rientra in precise soglie reddituali:

  • Se si è single, il reddito annuo non deve superare l’importo annuo dell’assegno stesso.
  • Se si è coniugati, il reddito cumulato con quello del coniuge non deve superare il doppio dell’importo annuo previsto.

In caso contrario, l’importo si riduce progressivamente fino ad azzerarsi. La prestazione, infatti, è un’integrazione al reddito: più si guadagna, meno si percepisce, fino alla perdita totale del beneficio. E qui entra in gioco l’affitto. Il canone percepito è un reddito soggetto a IRPEF. Anche se incassato in un’unica soluzione, viene considerato nel calcolo annuale. Se supera le soglie previste, può determinare:

  • la sospensione dell’assegno,
  • la perdita del diritto per l’anno di riferimento,
  • la richiesta di restituzione delle somme già percepite (indebito).

Spesso l’INPS verifica i redditi con uno scarto temporale, attraverso le dichiarazioni e le campagne di controllo. Questo significa che una persona può continuare a ricevere la prestazione per mesi, salvo poi vedersela revocare retroattivamente. Non si tratta di un errore casuale, ma dell’applicazione di regole precise. Discutibili per alcuni, ma chiare nella normativa.

Il punto cruciale è questo: non tutti i redditi aggiuntivi sono “neutri” rispetto alle prestazioni assistenziali. Anche un affitto, se dichiarato e fiscalmente rilevante, può incidere in modo decisivo. Per questo, prima di mettere a reddito un immobile, è fondamentale verificare l’impatto sulle proprie prestazioni. Perché a volte una scelta che sembra vantaggiosa può trasformarsi in una richiesta di restituzione inattesa – e nella sospensione di un sostegno economico considerato ormai acquisito.

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