Una recente sentenza della Corte Costituzionale modifica quelle che sono le regole in materia di pignoramento della pensione, cosa è stato stabilito.
Nel 2026 si torna a parlare di pignoramento della pensione dopo una decisione molto importante della Corte Costituzionale, infatti i giudici hanno confermato che l’INPS può trattenere una parte della pensione quando deve recuperare somme pagate per errore o contributi che non sono stati versati. La sentenza, la numero 216 del dicembre 2025, ha chiarito in modo definitivo quali sono i limiti e le garanzie per i pensionati.

La questione era nata da un dubbio sollevato dal Tribunale di Ravenna, secono il quale la norma che permette all’INPS di intervenire sulle pensioni poteva creare una differenza di trattamento rispetto alle regole generali previste per tutti gli altri creditori. In particolare, si faceva riferimento all’Articolo 545 del codice di procedura civile, che stabilisce una soglia minima sotto la quale la pensione non può essere toccata.
Pignoramento delle pensioni: cosa ha stabilito di recente la Corte Costituzionale
Il giudice ricordava che questa soglia, che è comunque differente da quella necessaria alla sopravvivenza di un pensionato, è collegata all’assegno sociale e, in ogni caso, non può scendere sotto i mille euro. Ma la Corte Costituzionale, nella sua recente sentenza, ha spiegato che la situazione dell’INPS è diversa rispetto a quella di un normale creditore, perché l’ente previdenziale gestisce i contributi dei lavoratori e paga le pensioni a milioni di cittadini.

In parole povere, quando vengono erogate somme non dovute, il recupero serve a proteggere l’equilibrio dell’intero sistema previdenziale e per tale ragione la legge prevede una disciplina specifica, contenuta nella Legge 153/1969, che consente il pignoramento fino a un quinto dell’importo della pensione, a prescindere in questo caso dall’ammontare dell’assegno sociale e di quella che è la soglia dei mille euro a cui si faceva riferimento.
Quanta parte della pensione può essere pignorata
Questo significa che l’INPS non può prendere più del 20% dell’assegno mensile, ma c’è una garanzia importante a tutela del pensionato, ovvero deve restare sempre intatto il cosiddetto trattamento minimo, vale a dire la somma considerata indispensabile per vivere. Questo importo viene aggiornato ogni anno in base al costo della vita, proprio per evitare che i pensionati restino senza risorse sufficienti.

Non vi è nessuna violazione costituzionale, spiegano poi i giudici, ribadendo che quelli erogati dall’INPS sono soldi che appartengono al sistema previdenziale nel suo complesso e recuperarli significa tutelare anche gli altri pensionati, presenti e futuri. Un altro punto importante riguarda le somme percepite senza averne diritto, e in tal caso la legge prevede che il pensionato debba restituirle soprattutto nei casi in cui ci sia stato dolo, cioè un comportamento intenzionale e scorretto.
Quali sono le garanzie per il pensionato, soprattutto se in buona fede
Viene dunque evidenziata una differenza tra dolo e colpa, per cui viene tutelato chi ha ricevuto un pagamento per errore senza colpa grave. Allo stesso tempo, la possibilità di trattenere una parte della pensione ha anche un effetto di prevenzione, perché scoraggia eventuali comportamenti fraudolenti. La Corte Costituzionale ha sottolineato che il diritto alla pensione resta protetto e che il pignoramento non può cancellare il sostegno economico garantito dallo Stato.
In sostanza, lo Stato può intervenire entro limiti precisi per ristabilire un equilibrio e si deve cercare sempre e comunque un punto di incontro tra due esigenze: da un lato la protezione del pensionato, dall’altro la necessità di mantenere in salute i conti pubblici. In base dunque a questa sentenza, l’INPS può continuare a recuperare le somme non dovute trattenendo fino a un quinto della pensione, ma deve sempre garantire il minimo vitale, coerentemente con i principi di solidarietà e sostenibilità.





